mercoledì 29 marzo 2017

Opera #1


Quando esci a comprare il latte e ti pare una normale mattinata, quasi banale, e invece accade quello che non penseresti mai possibile.
Accade che mentre cammini ammirando il cielo azzurro e ascoltando il dolce cinguettio di ogni uccellino, la vita ti presenta l'imponderabile, quello che nemmeno nei tuoi sogni avresti immaginato: una voragine, profondissima, buia, e da cui escono grida di dolore e tormento. 
Tu, intrepido amico del sole, non resistendo a quel richiamo di paura e morte decidi di buttartici dentro, senza guardarti indietro...e senza curarti del latte che manca. 
Cadi nel vuoto per quelli che sembrano millenni, minuti infiniti nei quali vedi tutto nero e continui a sentire quelle urla che ti squarciano l'apparato uditivo. Ma alla fine saranno stati si e no trenta secondi di niente, prima di trovarti faccia a faccia con...con te stesso! o meglio con la tua controparte cattiva, quella perfida che tenevi nascosta nell'angolo più buio e remoto della tua anima, e che mai avresti sperato di vedere dal vivo
La in quell'inferno di dolore e oscurità. la tua metà cattiva era intenta a torturare giovani vergini legate caviglie e polsi a delle pesantissime catene, a loro volta ancorata ad un solido muro in pietra. Accade che lei, la tua nemesi, ti si para davanti col suo ghigno satanico "guarda guarda, c'è quel frignone che mi tiene prigioniero da una vita, finalmente si degna di farsi vivo!"  e aggiunse "a cosa devo l'onore?"
"n-non lo so, i-io s-stavo s-solo andando a comprare il l-latte"
"ah stava andando a comprare il latte, lui, povero cucciolo" scoppiò a ridergli in faccia.
Il ragazzo era allibito, non aveva mai visto torturare delle persone dal vivo, e non riusciva a staccare gli occhi da quelle vergini semi-nude imprigionate e schiave delle perversioni della sua metà cattiva
"m-ma perché le torturi? che ti hanno fatto" domandò ingenuamente
"a me? niente! assolutamente niente! non hai provato a praticare il dolore sugli altri solo per il pure sadico piacere di farlo?"
"io-io n-no non credo, cioè no mai.." rispose titubante il ragazzo, sempre tenendo lo sguardo fisso sulle vergini
"ah! sei uno stolto, ti sei perso il meglio dalla vita" e aggiunse "se mi avessi fatto uscire allo scoperto ci saremmo divertiti, ma sei stato troppo codardo"
"n-no è c-che io sono una brava persona.."
"buahahah" scoppiò a ridergli in faccia "scusa se rido ma questa è la stronzata più grande che ho sentito da quando l'uomo inventò il diavolo!"
"cioè?" chiese
"questo è solamente il tuo subconscio, quello che tu vuoi realmente, e oggi finalmente posso mostrartelo in tutta la sua brutalità!"
"v-vuoi dire che io in realtà sono perfido e voglio il male della gente?"
"amico, tutti sono così. il male fa parte di noi e reprimerlo ci rende solo più deboli"
Dopo questo dialogo illuminante e insieme inquietante, il ragazzo fu condotto in una sala con al centro un grosso tavolaccio sporco di sangue, e con delle catene alle sue estremità. Da una stanzetta laterale uscì una ragazza, sporca, mal vestita e in preda ad una crisi di panico
"stenditi sul tavolo!" tuonò la nemesi
La ragazza seppure impaurita non fece obiezioni e si stese sul tavolo, la nemesi la legò mani e piedi poi si avvicinò al ragazzo"è tutta tua" disse
"e io c-che dovrei farne?" rispose lui alzando le spalle
"torturala!" disse "falle provare la paura, l'orrore, la violenza cieca e indicibile! fallo ti dico! e sentirai la vita scorrere nelle tue vene come mai prima d'ora!"
"i-io non posso, non posso, davvero" disse il ragazzo
"Vuoi essere un codardo tutta la vita? vuoi vivere a metà?" 
il ragazzo non disse niente e guardò nel vuoto..


Forse continua, forse no. Vedremo :)

lunedì 28 novembre 2016



Sono seduto nella Hall di un albergo, o forse visto l'arredamento povero poteva sembrare più un ostello della gioventù, o al limite una pensione ad una stella stiracchiata. Non lontano da dove sono seduto una ragazza sta mangiando fette biscottate e marmellata. Ad un certo punto si alza, io che avevo fame mi avvicino al tavolo e comincio a farcire la prima fetta, quando questa grandissima stronza mi si avvicina e con fare minaccioso, e con la bava alla bocca, mi dice di smetterla, che quelle fette erano solo sue, e che se avessi continuato mi avrebbe morso a morte. Per il quieto vivere decido di smetterla.
Prendo il mio zaino ed esco in strada, e con mio stupore mi trovo in una tipica città nordafricana. Poteva essere il Marocco, la Tunisia, o chissà cos'altro. Quello che ricordo era la marea di gente nelle strade, gli animali lasciati liberi (soprattutto capre, pecore e mucche) e la grande quantità di uomini con la barba e di donne col velo. Tutti mi guardano con fare minaccioso, e non capisco perché, dopotutto sto solo in sella alla mia moto da cross con una tuta verde acido..la gente è proprio strana.
Scendo dalla moto e decido di proseguire per quel labirinto di viuzze sterrate portandola a mano. La cosa che mi sorprende di più è trovare in quel paesino merdoso una ferrovia sopraelevata, come ne avevo viste solo in alcune grandi città degli Stati Uniti.
Alla fine non ricordo come però mi trovo davanti ad un modernissimo centro commerciale..si in una città merdosa del nordafrica, dove gli animali girano liberi, c'è un centro commerciale. Lo so è sembrato strano pure a me. Comunque incuriosito dalla cosa lascio la moto fuori ed entro. Gli interni erano totalmente bianchi, con luci ad intermittenza e un sacco di gente intenta a fare shopping. Gente che era totalmente diversa da quella vista in strada, difatti erano tutti fighetti, ben vestiti, alla moda direi. Entro in un negozio di abbigliamento maschile/femminile...si tutto assieme, mi guardo intorno ma vedo prezzi esorbitanti quindi decido di andarmene. Tornando verso l'uscita vedo un negozio che vende roba elettronica, accessori ecc ecc. Vedo delle cuffie trooopo fighe ma purtroppo non ho soldi a sufficienza. Che fare? niente...decido di rubarle. Per farlo aspetto che il tipo della sicurezza vestito da Hipster si tolga dai coglioni però. Appena il tizio entra nel reparto scarpe io afferrò le cuffie, ma proprio appena le mie mani toccano la confezione scatta un allarme rumoroso e fastidioso. La gente scappa e io pure mescolandomi tra essa, nella speranza di non essere visto dalla sicurezza. Esco in tutta fretta, infilo il casco, accendo la moto e parto a razzo per le viuzze sterrate, seminando il panico e forse, e dico forse..anche investendo qualcuno.
Per sfuggire alla tenace polizia nordafricana, munita di Jeep e fucili di precisione, decido...non so quanto volontariamente, di buttarmi sui binari sopraelevati. Inizia così una corsa fatta di acrobazie folli, sembrava quasi uno di quei videogames tipicamente anni 90, tipo Moto Racer o cazzate varie. Dopo parecchie peripezie, e dopo aver rischiato la morte almeno 150-160 volte, riesco a seminare gli sbirri. Mi fermo lungo una strada poco fuori il centro cittadino, ammiro il paesaggio...dove in verità c'è poco da ammirare visto che è tutto deserto, mi accendo una sigaretta e riparto col ghigno di chi l'ha fatta franca. Addio nordafrica, è stato bello.

mercoledì 5 ottobre 2016

2

Per la nostra vacanza decidemmo, anzi decisi, che avremmo preso l'autobus fino ad un certo punto, e poi avremmo fatto autostop. Le proteste di Jason a nulla servirono, o si faceva come dicevo io, o me ne sarei anche rimasto a casa.
Eravamo seduti ad aspettare l'autobus e io ero particolarmente pensieroso, non riuscivo a togliermi dalla mente Juliet, mi sentivo ancora la sua voce ronzare nella testa e ricordavo ancora a memoria la sua giornata tipo: sveglia presto, studio, lavoro, studio, ancora lavoro, poi letto. Ormai negli ultimi tempi non aveva nemmeno più tempo per me.
L'autobus arrivò con circa 10 minuti di ritardo, e salendo a bordo Jason lo fece presente al conducente che gentilmente lo mandò a fanculo invitandolo ad obliterare il biglietto e a sedersi, con Jason figure di merda di questo tipo capitavano di continuo, Ormai era una macchietta il poveraccio. Mi fece segno di sederci lì davanti ma io volevo starmene in fondo al bus, in santa pace, e non volevo nessuno accanto. Mi sedetti vicino al finestrino e me ne rimasi per gran parte del viaggio col viso spiaccicato sul finestrino, un po per ammirare il paesaggio, e un po' perche proprio con la testa ero altrove.
Non passarono che poche fermate, e mi ritrovai seduto accanto un tizio...era senza maglietta, aveva la pancia prominente e puzzava di sterco di cavallo. Continuava a fissarmi con quegli odiosi occhi a palla da maniaco e io mi sentivo sempre più nervoso. Improvvisamente tira fuori dallo zaino due merendine
"ne vuoi una? sono alla fragola, sono buone, ne vado pazzo ihihihi" e lo disse con la bocca piena e una bava rossa che gli colava sul mento
"ehm..no..grazie. mi  si è improvvisamente chiuso lo stomaco.."
Dopo due fermate comunque il tizio inquietante scesi e io potei ributtarmi col viso sul finestrino. Giungemmo al capolinea che era ormai buio, così scendemmo e ci mettemmo in marcia..o almeno avremmo dovuto, perché Jason doveva PER FORZA fare pipì e doveva farla PER FORZA in un bagno. Gli dissi "e falla per strada, cazzo te ne fotte non c'è nessuno qua!"
"Adam io mi vergogno.."
"ma finiscila!"
"no no, mi serve un bagno, cerchiamo un bagno Adam eh? ok?"
"VA BENE! "
Così cercammo questo fottutissimo bagno e lo trovammo! si lo trovammo in uno sgangherato locale, quindi entrammo. Dentro era beh..come dire..fatiscente? no, non rende l'idea..era un vero letamaio! ragnatele ovunque, tavoli sporchi e il pavimento era pure peggio. Adesso penserete che io sia un igienista, no non lo sono, però quello sporco era troppo persino per uno zozzone come me! e credo di aver reso bene l'idea dello squallore.
Ovviamente non è che Jason poteva pisciare e chiudere lì la faccenda, no dovevamo ordinare qualcosa..
"Adam non posso approfittarmi di loro, è maleducazione!"
"seh va beh.."
Ci sedemmo su quelle sudice poltroncine e attendemmo la cameriera. Arrivò di lì a poco e no non era giovane, e nemmeno bella...e non sono nemmeno sicuro che fosse una donna..
"Cosa posso portare a due bei ragazzoni come voi!" esordì
Io non risposi subito,  ero ipnotizzato dal suo enorme naso su cui si stagliava un grosso neo, nero e pure peloso...che schifo. Finii per ordinare un semplice caffè, Jason volle esagerare e prese una cena, che essenzialmente consisteva in uova fritte in padella e patatine fritte..

sabato 24 settembre 2016

Il Ritorno di Adam.

Le cose andavano bene, avevo trovato l'amore, quello vero, ed ero diventato un ragazzo tutto sommato tranquillo, anche se avevo comunque i miei momenti di inquietudine. E poi cosa è cambiato?
Poi quell'amore così bello e puro, è volato via in una sera di inizio Settembre. Così, all'improvviso, con un messaggio tanto asettico da farmi dubitare del suo amore sbandierato fino a pochi giorni prima.
Mi sentii come catapultato nell'oscurità dopo che per quasi un anno avevo vissuto sotto la sua luce. Certo gli amici non mi mancavano, specie quel coglionazzo di Jason con cui ero stato in vacanza (vi parlerò delle mie vacanze con lui a breve..)
Tornato a casa, nella mia grande casa vuota, ho trovato questo. Un messaggio di addio, tra una bolletta da pagare, ma che non pagherò mai, e una pubblicità di una nuova ferramenta. Come si chiamava lei? Juliet. Come aveva conquistato il mio cuore duro e solitario? non lo so, con la sua dolcezza immagino. Eravamo un po come il giorno e la notte, noi due: tanto diversi quanto simili sotto alcuni aspetti. 
Insomma ero felice, lo ero sul serio, credetemi. Avevo tolto anche quella punta di acido sarcasmo che mi ha sempre caratterizzato, ma come si suol dire le belle cose prima o poi finiscono, e pure con lei...è andata così, pazienza..
Comunque, tornando indietro agli inizi di Giugno, Jason venne da me con una grossa novità: "Adam! Adamuccio, ho grosse novità!"
"taglia corto, idiota" feci io, facendolo entrare in casa. Aveva un sorriso da ebete che cazzo lo avrei preso a sberle! e voi penserete che io fossi ansioso di sapere che novità avesse in ballo, invece no, non me ne fregava proprio un cazzo!
"Adam ho preso le ferie!!"
"maddai!? ed è questa la tua cavolo di novità?"
"No no, non solo questo Adam..ma ho organizzato un viaggio! per noi due!" disse lui con quel sorrisetto idiota sul volto.
Lo guardai stranito per un paio di minuti, nei quali scese un silenzio assurdo, rotto solo dall'ululato di un coyote in sottofondo
"cioè..fammi capire..avresti organizzato un viaggio, per noi due, senza dirmelo?"
"siiii"
"sei una testa di cazzo Jason, lo sai che non ho voglia di viaggiare" risposi andandomi a stravaccare sul divano.
"e sentiamo che avresti intenzione di fare fino a Settembre?" chiese
"uhm vediamo..starmene sul mio bel divano sfondato, fare incetta di film splatter, e ingozzarmi come un porco? magari in attesa che torni Juliet dalla vacanza con le amiche.." dissi
"maddai pigrone!"
"chiamami ancora pigrone e ti tiro il posacenere dritto in mezzo agli occhi!" dissi io minacciandolo con un grosso posacenere di marmo
"ok ok, va bene. ma non puoi startene li tutta l'estate, da solo, a vedere film orrendi!"
"avrei potuto, se non fossi venuto a bussare alla mia porta.."
La discussione si protrasse per minuti che a me parvero interminabili, minuti nei quali tentati di trovare ogni scusa, persino che dovevo lavarmi i capelli (cosa che comunque faccio raramente) Niente, non ci fu verso di convincere quella testa dura di Jason, allora dissi "ok cazzo, partiamo. però lo faremo a modo mio"

fine prima parte.

mercoledì 9 marzo 2016

La Contraddizione dell’Omino Bianco

La Contraddizione dell’Omino Bianco.

Chiamarsi Omino Bianco ed essere nero è un bel problema. Il povero Omino viveva questo suo stato con profonda frustrazione, diviso com’era tra il suo essere nero e il suo sentirsi bianco. Non sapeva bene come affrontare questa cosa, si sa solo che per questo suo conflitto interno era caduto in una profondissima depressione.
Al lavoro era un continuo susseguirsi di strani appellativi: negretto, macchietta, cioccolatino, inchiostrello, liquirizia ecc ecc. La cosa che più lo abbatteva erano le offese del suo capo reparto: Mastro Lindo. Mastro era un po il decano dei prodotti per pulire, era visto da tutti con enorme rispetto, anche da Omino. Aveva sempre cercato la sua approvazione, senza tuttavia riuscirci, e in più c’era anche il suo amore per la dolce Amuchina. Vedete Amuchina e Mastro Lindo se la intendevano e questo gettava il povero Omino ancor più nello sconforto.
La sera era solito tornare nel suo appartamento da single, una specie di scantinato maleodorante posto nella zona più malfamata del Distretto dei Prodotti per la Pulizia. Sopra di lui abitava il Gallo Chante Claire, non il massimo  come vicino di casa, visto e considerato che il Gallo si esprimeva solo con fragorosi “chicchirichiiii”.
Nella casa alla sua sinistra invece abitava il tranquillo e pacioso Coccolino. Un tipo a posto lui, forse uno dei pochi a poter essere considerato da Omino come un amico.  Si erano conosciuti ai tempi del liceo, il famoso Liceo della Lavatura & Stiratura.
Si incontrarono la mattina seguente sul pianerottolo e subito Coccolino, che era un tipo gioviale e socievole, lo salutò calorosamente “ehiii omino, come stai? Fatti abbracciare!”
“ciao Cocc, come sei morbido. Come sempre del resto…”
“ehi ma cosa c’è? Mi sembri scuro in volt…no cioè volevo dire che mi sembri triste ecco” disse tentanto di ovviare all’evidente gaffe
“ma no nulla..è che sai..bho..sono molto confuso ultimamente. Poi anche al lavoro le cose vanno male..” rispose Omino mantenendo la testa bassa.
“Oh beh amico mio è un postaccio. Vivere a volte è dura, ma che vuoi farci. Si tira avanti” fece salutandolo e allontandosi
Omino si recò al lavoro, si mise alla sua scrivania attendendo invano lo squillo del telefono. Doveva vendere il suo prodotto di riferimento, ma gli affari ultimamente andavano maluccio. Omino era stato soppiantato dal nuovo arrivato: la Volpe della General. Era un vero volpone lui, giovane e abile. Aveva la parlantina sciolta e quel papillon gli conferiva infine un'aria sbarazzina.
“sai Omino è veramente triste vedere come il tuo marchio si sia ridotto alla stregua di una barzelletta” disse il volpone passando davanti alla scrivania del povero Omino, fischiettando. Omino era furioso ma non aveva il coraggio di ribellarsi, dopotutto non poteva rischiare di perdere anche il lavoro. La vecchia Sciampagna, sua vicina di scrivania, gli disse di fregarsene e che quella faccia tosta del volpone avrebbe avuto vita breve. Finalmente una parola di conforto. Omino riprese a respirare.
Finalmente il telefono squillò e dall’altro capo una signora era interessata al suo prodotto…finalmente dopo tante settimane di inattività! La signora si rivolse a lui chiamandolo “ometto nero in maglietta”. Omino non ci vide più, vomitò addosso alla malcapitata tutta la sua rabbia, dicendo a chiare lettere di essere bianco e non nero, e che questa storia doveva finire. Infine attaccò la cornetta in malo modo, quasi fracassando il telefono. Mastro Lindo sentì tutto e palesandosi davanti alla scrivania di Omino gli fece una ramanzina da record. Mastro ribadì ad Omino che il cliente ha sempre ragione, che lui è nero ed effettivamente indossava una maglietta, e che per questo si sarebbe dovuto adeguare, pena il licenziamento.
Omino zittito non osò controbattere, si sedette al suo posto e non disse più niente…per tutto il giorno. Se ne rimase li con lo sguardo perso nel vuoto.
Tornato a casa Omino iniziò molto presto a bere e a pensare stravaccato sul divano. Li disteso pensò a molte cose, anche a rivolgersi ad un chirurgo estetico per un intervento di sbiancamento “diventerò più pallido di Michael Jackson!” esclamò sorseggiando il suo amato liquore al radicchio rosso. L’idea dello sbiancamento fu presto soppiantata, comunque. Nella casa accanto il Gallo Chante Claire aveva ospiti, ed era tutta una sinfonia di chicchirichì di  qua, e chicchirichì di la. Omino per un po sopportò, o almeno cercò di farlo, ma ad un certo punto non ce la fece più: si alzò di scatto dal divano iniziando ad urlare come un invasato nei confronti del Gallo “smettila brutto pennuto del cazzo! Ti odio! Giuro che chiamo la polizia e ti faccio sbattere in strada!”
Non lo fece. Omino era troppo codardo. Trascorse la serata a bere e per un attimo fissando l’orizzonte dalla sua finestra fu anche tentato di farla finita. Si addormentò sul divano con la bottiglia di liquore in mano. Sognò di essere in una specie di fottutissimo universo parallelo, in cui lui era bianco e con una t-shirt nera. Tutti continuavano a chiamarlo negretto, e la cosa lo fece impazzire anche perche il sogno era molto reale, così reale che al risveglio non sapeva se aveva effettivamente sognato o meno.

Omino era frastornato, in preda ai dubbi e con un dopo sbronza da urlo. In quel momento il suo appartamento, ma anche la sua stessa esistenza, gli parvero ancora più squallidi e privi di senso. La sua condizione sembrava senza una via d’uscita, così decise di far la sola cosa che avesse un senso: fingere. Fingere si. Si disse tra sé e sé che molti fingevano e che quindi poteva farlo anche lui.

venerdì 29 maggio 2015

Mi trovavo a Berlino, ma non quella di oggi, bensì quella degli anni 60...quando ancora c'era il muro. Girovagando in città vedevo solo persone colte da follia. Una donna mi camminava davanti parlando incessamente da sola; si lamentava di quanto la vita faccesse schifo, di quanto i figli la facessero impazzire, e di come il suo parrucchiere le avesse sbagliato la tinta. Forse era pazza.
Due soldati vigilavano l'ingresso dell'albergo. Mi accorsi che erano quasi le 18 e il mio treno, l'espresso Berlino-Viareggio-Atene, sarebbe partito di lì a poco. Ero alloggiato in un albergo scalcinato, con porte basse e strette dalle quali era difficile passare. Davanti alla porta di camera mia un ragazzino si stava lavando i denti mangiando una banana, mentre nella sua stanza il padre faceva una doccia. Gli schizzi d'acqua mi bagnavano la testa, mentre cercavo faticosamente di entrare nella mia stanza. Una volta dentro decisi di prendere le mie poche cose, che in realtà non erano altro che qualche libro e pochi vestiti in una busta della Coop.

Uscii dalla porta, mentre il ragazzino sputò i residui di dentifricio e banana a pochi centimetri dalle mie scarpe, sorridendomi.
L'atmosfera fuori era grigia, triste, vuota. Camminai per un pò cercando la stazione, il mio treno sarebbe partito alle 18.30, non potevo tardare. Domandai ad un signore con un buffo cane rosso a chiazza nere, ma farfugliava solo poche parole in tedesco stretto, e io lo guardai non capendo dove volesse arrivare. Lasciai perdere.
Alla fine la stazione la trovai da solo, seppur con grande fatica. Il mio treno sarebbe partito dal binario 1498, lo cercai. Ma i binari arrivanvano fino al numero 6. Boh.
Un signore molto alto mi indicò la strada. Era cosi alto con non riuscii a vederne la faccia. Aveva una voce molto...molto rauca si...come avesse fumato mille pacchetti di sigarette in un ora. Mi diressi verso la banchina e arrivando notai con stupore che non c'era nessuno. Mi domandai "possibile che questo treno debba prenderlo solo io? mah.."
Il treno arrivò; era molto vecchio, malandato, pieno d graffiti su tutta la superficie. Molti di quei graffiti inneggiavano ad Hitler, anche se penso fosse gia bello e morto.

Salii su e cercai uno scompartimento vuoto, volevo stare da solo. Avevo mal di testa. In realtà erano  tutti vuoti, il treno è come il deserto del Gobi. Mi sedetti, presi uno dei libri che tenevo nel sacchetto e mi misi a leggere mentre aspettavo che il treno partisse.
Il controllore, un vecchio alcolizzato con una bottiglia di pessimo vino rosso in mano, diede il segnale. Il treno partii. Sentii una voce "biiiigliettiiiiiii" , era il controllore. Frugai nella tasca della mia giacca di pelle alla ricerca del biglietto, non lo trovai. Merda, ero  nella merda. Adesso verrò multato o forse gettato fuori dal treno in corsa pensai.  Decisi di nascondermi nella toilette. Entrai ma il cesso aveva strabordato ed era pieno di merda e piscio ovunque. Non fù  una bella idea.

Uscii dal cesso correndo all'impazzata e sperando che il controllore non mi avesse visto. Arrivai alla fine del treno e il controllore era li, a pochi passi da me e con un malevolo ghigno sul volto "allora, ce lo hai il biglietto, stronzetto?" disse
"wow anche la rima, abbiamo un poeta" ribattei io
"non si scherza con noi tedeschi, dovresti saperlo. stronzetto"
"senta potrebbe gentilmente smetterla di chiamarmi stronzetto? la cosa mi infastidisce"
"non fare lo spiritoso, stronzetto."
"eccheccazzo" dissi.
Presi la decisione definitiva: saltare dal treno. Lo feci ma atterrando mi spappolai la testa, e mi troncai la spina dorsale. Era prevedibile, no?
Mi svegliai in aperta campagna, steso sui binari e con tutta la materia grigia sparsa attorno a me. Richiusi gli occhi, senza aprirli mai piu.

domenica 5 aprile 2015

Pasquale:

"Nome?"
"Pasquale."
"Cognome?"
"Coniglio."
"Professione?"
"Consegno uova di cioccolato.." "..Ma solo a Pasqua."
"Perché il resto dell'anno di cosa si occupa?"
"Distribuisco volantini per un autolavaggio" "anzi, se vuole un'auto lucida venga da noi. Offriamo uno sconto del 20% sul lucido per volante,"
"C-ci penserò." "Le faremo sapere."
Se sei un coniglio di pasqua è dura trovar un lavoro il resto dell'anno. Certo ho il volantinaggio, ma vi sembra un lavoro? suvvia, ho ben altre ambizioni, io.
Ho studiato alla nobile Accademia Bugs Bunny, insomma sono un tipo con un certo curriculum. Nonostante tutto non trovo un cazzo di niente. Colpa di tutti 'sti cazzo di conigli immigrati da chissà dove. Mi domando dove siano i cacciatori quando uno ne ha bisogno.
Tornando a casa fischiettando pensai che tutto sommato, pur senza un lavoro fisso, la vita non faceva poi così schifo. Avevo due genitori amorevoli, un sacco di carote nella dispensa, e un comodo divano sul quale sbracarmi a vedere la tv. 
Arrivato a casa però trovai un'amara sorpresa: mio padre aprendomi la porta mi aggredì "senti ciccio, cosi non va. questa tana non è un albergo!"
"cosa vuoi dire, pà?"
"devi crescere, trovare un lavoro serio, vivere per conto tuo"
"vedo che sei in vena di scherzi, pà" "adesso fammi entrare, che sta per cominciare il programma sulle conigliette di Playboy" risposi, cercando di entrare.
Mi chiuse la porta in faccia, continuando a bestemmiare...mi sa che non scherzava. Mi dissi che tutto sommato per una sera potevo scroccar un pasto e un letto al mio amico Roger...solo omonimo di quello che si tromba la Jessica.
Dirigendomi a casa sua notai tutti i conigli immigrati tornare dal lavoro col sorriso sul volto, e io con le mani in tasca, e la testa china pensavo che "un giorno di questi inizierò a votare Salvini.."
Arrivato da Roger suonai il campanello, lui aprì la porta tutto sorridente "Ehi Pasquale!"
"Oi Roger"
"C-che ci fai qua a quest'ora?"
"se sono solo le 17!" "comunque...ho bisogno di un posto dove stare"
"senti amico, mi piacerebbe ma..ecco.."
"ecco cosa? parla!"
"vedi io..ecco...ho una ragazza, è qui e sai eheh"
"Ahn capisco...non ti preoccupare brò. ci si vede" dissi girandomi e prendendo la strada, verso non so dove
E insomma ero li, seduto al parco, a guardare giovani coniglietti giocare sulle giostre. Pensai "bello essere cuccioli eh? zero preoccupazioni, genitori amorevoli...aspettate di crescere.."
Stavo sdraiato sulla panchina, fissando il cielo che sempre di più volgeva a sera, quando uno di questi coniglietti fissandomi, e tirando la gonna della mamma, disse "mamma, un barbone!"
"vieni via piccino, non fissarlo." disse lei trascinandolo via, come fosse un cane.